“Non so chi me lo ha fatto fare,” borbotta Drest, non abbastanza forte perché il ragazzino possa sentirlo. “Non so perché cazzo lo sto facendo.”
Il cielo è limpido e terso dopo le nevicate degli ultimi giorni e quasi non sembra neanche possibile aver trovato un giovane mezz’orco quasi morto di freddo a poco più di dieci giorni di cammino da Firmitas. (E invece, tu guarda che sorprese ti riserva la Madre quando meno te lo aspetti).
“Tieniti stretto quella coperta.”
Il ragazzino annuisce, tremando visibilmente, infagottato nella coperta più pesante che Drest aveva da offrire - non che ci fosse molta scelta.
Portarsi a casa un ragazzino mezzo congelato per evitare che muoia in mezzo alla neve è quello che chiunque si aspetterebbe da una persona decente. Da un nano decente.
(Oppure è quello che nessuno si aspetterebbe da te, a seconda di che tipo di nano sei. E che tipo di nano sei se quello che qualcuno si aspetta da te è vederti lasciare un ragazzino a morire in mezzo alla neve? Il tipo di nano che non dovresti essere.)
Il ragazzino (Niv, si chiama Niv ma chiamarlo con il suo nome vuol dire già affezionarsi troppo, e Drest non ha nessuna intenzione di affezionarsi. Sta benissimo da solo, è sempre stato benissimo da solo e starà sempre benissimo da solo. Questo è solo un contrattempo nella sua perfetta vita di solitudine) è… un ragazzino.
Sconvolgente, sì.
Il fatto è che Drest non ha nessun tipo di esperienza nel trattare con i ragazzini, non ha nessun tipo di conoscenze a riguardo e dunque non ha la più pallida idea di cosa fare o da dove cominciare per capire il disastro in cui si è cacciato.
Non esiste da nessuna parte un manuale su come gestire questa situazione. Non esistono guide su come prendersi cura di un ragazzino, rimetterlo in sesto e lavarsene le mani subito dopo.
Salta fuori che non esistono modi per cacciare di casa un ragazzino che non saprebbe dove altro andare.
Ci vogliono mesi prima che Drest riesca a mettere insieme abbastanza frammenti di informazione per capire più o meno che cosa possa essere successo a Niv.
Il ragazzino non ne parla volentieri. Ad essere sinceri il ragazzino non vuole avvicinarsi neanche lontanamente a parlare del suo passato e di quello che gli è successo e di come diamine sia arrivato a congelare in mezzo alla neve.
Ma Drest è testardo (testardo è un eufemismo, così avrebbe detto chiunque a casa) e non demordere porta a risultati inaspettati.
E così, pezzo per pezzo, frammento per frammento, viene fuori un quadro che basta perché Drest finisca per sentire la mancanza cose delle quali non dovrebbe sentire la mancanza. E la voglia di trovare e educare persone che non avrebbero dovuto mettere al mondo figli senza volerli davvero.
Mandare via Niv è una cosa che già prima sarebbe stata difficile e che adesso è diventata assolutamente fuori discussione.
Drest si sveglia nel bel mezzo della notte, con la netta sensazione di essere osservato da qualcuno - perché non è che vivere da soli per anni e anni finisca per rendere qualcuno paranoico, certo che no, Drest è sempre stato fottutamente paranoico. E sta di fatto che la sensazione è lì, a pesargli sul petto, e che Drest è sicuro che qualcuno lo stia fissando.
Salta fuori (dopo i primi minuti di panico e paranoia, passati a stringere con troppa forza il coltello sotto al cuscino) che è il ragazzino a fissarlo. Perché portarselo a casa non è stato chiaramente abbastanza.
“Cosa ci fai sveglio a quest’ora?”
“Niente. Controllavo.”
Ci vogliono altri tre successivi bruschi risvegli prima che Drest capisca che il ragazzino sta controllando che non se ne sia andato nel cuore della notte.
Insegnargli l’unico mestiere che Drest conosce è quasi spontaneo, quanto comincia a passare del tempo. Il ragazzino non può certo stare con le mani in mano tutto il giorno e Drest non saprebbe bene che altro fargli fare: non è come se vivessero in un villaggio o in una grossa città, le cose da fare sono… ridotte.
Rendersi conto che Niv ha un certo talento per il mestiere - e soprattutto che sembra molto più interessato di quanto Drest avrebbe potuto sperare - è una piacevole quanto inaspettata scoperta.
Il ragazzino è decisamente più silenzioso del normale e Drest, pur sapendo di dover probabilmente ringraziare per quei pochi momenti di quiete, non può non sentire un certo nervosismo dovuto a questo particolare cambiamento.
(Drest non è un nano a cui piacciano i cambiamenti, e d’altra parte esistono forse nani che apprezzano i cambiamenti? Probabilmente da qualche parte. Sta di fatto che Drest non è uno di questi. E no, tutta la questione del ragazzino non conta.)
Il silenzio continua ancora mentre entrambi raccolgono la legna per il fuoco e Drest non fa nulla per cambiare le cose. E anche questa non è esattamente una novità.
Il ragazzino parla abbastanza per entrambi e di solito Drest ha solo bisogno di sospirare, annuire un paio di volte e fingere di essere infastidito - quando la realtà dei fatti è solo che è così maledettamente contento di avere qualcuno insieme a lui, nel bel mezzo del nulla, per la prima volta dopo quelli che paiono secoli.
(Aine lo diceva sempre che tutto quell’insistere sul voler stare da solo era tutta scena. Il problema parrebbe essere averlo capito quando ormai è troppo tardi. Fottutamente troppo tardi.)
“Va tutto bene?” si decide a chiedere dopo qualche ora, quando tutti i compiti giornalieri sono andati ma il silenzio è ancora lì. “Sei stranamente silenzioso oggi.”
Il ragazzino (e quanto è maledettamente fastidioso il fatto che sia già più alto di lui?) tira su con il naso e annuisce, lo sguardo fisso sul fuoco che scoppietta davanti a loro.
Entrambi continuano a mangiare per un po’, con quel silenzio così strano che aleggia sopra di loro, fino a quando Drest non ce la fa più (non ce la fa più a reggere quegli occhi costernati e quella tristezza silenziosa.)
“Ti ho mai detto di quella volta che ho combattuto contro Arthfael, il terrore della foresta?” chiede Drest con la voce bassa e un tono da cospirazione, cercando di tirare fuori una reazione dal ragazzino.
Ma Niv gli lancia solo un’occhiata distratta prima di tornare al cibo.
Be’, Drest non è arrivato dov’è arrivato (e dov’è arrivato, esattamente? Cos’è che ha ottenuto dalla sua vita fino ad adesso? Che cosa gli hanno portato di buono tutti i suoi no e i suoi silenzi e il suo non provare?) arrendendosi.
“Questo enorme, spaventoso orso nero, solo io e lui nel bel mezzo della foresta-”
“Hai ucciso un orso?” chiede il ragazzino con decisamente il fottuto tono di voce sbagliato - come se fosse offeso e non ammirato da quello che Drest sta raccontando.
“Be’… no. Non proprio. Sono riuscito a soggiogarlo, ma era uno spirito della foresta quindi non avrei mai potuto ucciderlo.”
“Oh. Okay.”
“Perché non mi racconti tu qualcosa?” Drest si lancia su questo nuovo tentativo, sperando che serva a qualcosa, almeno a fargli prendere del tempo. A giudicare dall’espressione sulla faccia del ragazzino anche quest’ultima idea geniale non ha funzionato.
Il maledetto silenzio torna ad aleggiare su di loro mentre Drest tenta di capire che cosa diavolo sia successo questa volta. Il ragazzino sembra perfino più di cattivo umore di prima e continua a girarsi tra le dita il ciondolo che di solito è nascosto sotto i suoi vestiti. Drest tenta di ricordarsi tutto, ogni singola cosa che sa riguardo al ragazzino, ogni minuscola informazione che è riuscito ad estrarre in quei pochi mesi.
Quando finalmente ci arriva, la scoperta lo colpisce più forte di quanto avrebbe mai potuto prevedere. (Una madre, morta quando era così piccolo da non ricordarsi quasi niente; un padre, fuggito nel bel mezzo della notte solo qualche anno più tardi. Crescere da solo, senza nessun tipo di famiglia, senza nessun tipo di comunità).
“Non conosco storie come le tue,” mormora lentamente il ragazzino, gli occhi sempre fissi sul fuoco. “Non ne conosco proprio.”
Non conosce storie. Niv è un mezz’orco: mezzo qualcosa che non conosce mezzo qualcosa che non vuole conoscere. Non conosce storie, non ha tradizioni, non ha racconti da scambiarsi davanti al fuoco.
Ed è per questo che Drest decide di dargli tutto quello che lui invece ha potuto avere. Ogni singolo racconto, ogni singola tradizione, ogni singolo mito, fiaba, poesia, filastrocca per bambini.
Qualsiasi cosa che Drest conosce diventerà anche di Niv.
“C’è una viverna che infastidisce gli abitanti di un villaggio a tre giorni da qui,” Drest accenna durante un pomeriggio, osservando con malcelata attenzione la reazione del ragazzino. “Dovremo andare ad occuparcene.”
“Dovremo? Noi? Nel senso che io vengo con te?”
“Be’, direi che ormai sei pronto.”
L’orgoglio riflesso negli occhi del ragazzino è tutto quello di cui Drest ha bisogno.
“Non è una storia che mi piaccia raccontare particolarmente. Non è un argomento di cui mi piaccia parlare, in generale, ma Gwyn ap Nudd richiede attenzione e con-”
“Se non ti piace parlarne perché me lo stai raccontando?”
“Perché è necessario che tu lo sappia. Perché ogni nano degno di chiamarsi tale deve conoscere questa storia.”
“Ma io non sono un nano.”
“No, ma sei con me adesso. E se vuoi continuare a fare questo lavoro-”
“… Vuoi che io rimanga con te?”
“Certo che lo voglio! Perché pensi che ti stia insegnando tutto quello che so? Pensi che lo faccia per ogni ragazzino mezzo morto di fame che trovo nella neve?”
Fortunatamente il ragazzino ha almeno la decenza di vergognarsi.
Drest sta finendo di annodare le ultime campanelle ai rami degli alberi che circondano il loro rifugio e Niv non ha smesso di osservarlo per un secondo.
“Cosa sono quelli? Stai cercando di attirare qualche creatura o qualcosa del genere?” esclama ridendo e Drest non può fare a meno di notare come il ragazzino sia cresciuto fino a diventare più un ragazzotto.
“Sono preghiere, stupido,” risponde Drest con una mezza risata nella voce, mentre Niv ricambia la risata ad alta voce. “Lo sapresti se mi ascoltassi quando parlo di queste cose.”
“Basta che non sia di nuovo qualcosa riguardo il pericolo nella foresta. Ormai ho paura anche solo a guardarle da lontano.”
“Ottimo, la paura ti tiene vivo.”
“Cosa succederebbe se mi piacesse qualcuno?”
Drest quasi di strozza con la birra e passa i successivi cinque minuti a tossire come un disperato. Non sa bene come ma non gli è mai venuto in mente che tirare su un ragazzino potesse voler dire dover rispondere, un giorno o l’altro, a cose come questa.
“Cosa succ- ti piace qualcuno?”
“Non lo so… forse. Ma è una cosa stupida,” borbotta Niv, tornando a concentrarsi sul cervo che hanno appena catturato e che lui ha il compito di scuoiare. Ha l’aria triste e Drest odia vederlo così. E questa cosa batte di sicuro il disagio che prova nel ritrovarsi (lui, tra tutti i nani di tutto questo maledetto continente) a dare consigli in materia sentimentale.
“Perché dovrebbe essere una cosa stupida? Non c’è niente di stupido nel provare qualcosa per qualcuno.”
“C’è se sei me,” borbotta il ragazzino, probabilmente sottovalutando per l’ennesima volta l’ottimo udito di Drest.
“E questo cosa diavolo vorrebbe dire?”
“Vuol dire che sono… sono quello che sono. Sono a malapena abbastanza per te, e solo perché sono bravo nel tuo lavoro. Non sarei abbastanza per qualcun altro. Ci sarebbe sempre qualcuno o qualcosa là fuori meglio di me.”
Niv non ha bisogno di nominare suo padre, non ha bisogno di alludere a niente di particolare. Drest lo conosce anche troppo bene e non ha bisogno di ulteriori conferme per sapere che cosa il ragazzo stia tentando di dire.
“Tu sei molto più che abbastanza. Se dopo tutto questo tempo pensi ancora che io ti tenga qui solo perché sei bravo- col cazzo, me la sono cavata benissimo senza di te per tutti questi anni.”
Dall’espressione di Niv è fin troppo chiaro che quello che Drest ha appena detto l’abbia ferito. E non è affatto strano, considerato quanto Drest sia notoriamente incapace con le parole. (E neanche questa è una novità).
“Tengo a te come ad un figlio, stupido ragazzino. Sei in tutto e per tutto mio figlio, non mi importa niente di tutto il resto e di tutto quello che ci sta intorno. Lo sai che non devi farmelo dire perché ho una reputazione da mantenere.”
(E nessuno potrebbe accorgersi che forse la pacca che Drest ha appena rifilato alla spalla di Niv somiglia molto di più ad un abbraccio).
“E comunque non c’è niente di male se ti piace qualcuno, voglio solo assicurarmi che tu non faccia niente di stupido-”
“E se… e se non fossi abbastanza mezz’orco? O se lo fossi troppo perché io possa piacere a qualcuno?”
“Non succederà. E se succedesse vorrebbe dire che quella persona non è la persona giusta per te.”
“E come fai a saperlo?”
“Be’, se sono riuscito io a conquistare un elfo-”
“Che cosa hai appena detto?”
Drest non saprebbe esattamente dire quando è avvenuto il cambiamento nel comportamento di Niv. Se n’è accorto, certo che se n’è accorto. Si ricorda con fin troppa precisione i primi mesi (si ricorda i silenzi e gli sguardi vuoti e la mancanza di fiducia) ed è abbastanza certo che non se li dimenticherà mai, non dopo tutto quello che hanno passato insieme.
Ma nonostante questo non è sicuro che saprebbe dire con precisione quando Niv abbia lasciato tutto quel dolore dietro di sé ed abbia cominciato ad essere il ragazzo solare e perennemente positivo che ora ha davanti. Non è nemmeno sicuro di cosa sia successo per trasformarlo così tanto.
Non può certo dire che la cosa gli dispiaccia, ovviamente. Niv sembra sempre felice, sembra sempre tranquillo e pronto a fare battute estremamente fuori luogo e a ridere e a suonare e a cantare. Dovrebbe essere perfetto. Drest dovrebbe essere soddisfatto di averlo tirato su così, di avere tra le mani un (figlio) ragazzo così buono.
Eppure c'è una voce (e chissà come mai quella voce suona sempre come Aine) che gli ripete che dovrebbe prestare più attenzione, che dovrebbe indagare più a fondo. Una voce che gli ripete quanto poco salutare sia essere sempre e costantemente felici.
Il problema si pone proprio davanti a questo fatto. Drest vuole che Niv sia felice. Quindi perché cercare a tutti i costi qualcosa che non vada?
Ha senso sforzarsi e domandare e chiedere e fare tutte quelle cose che già normalmente Drest non è in grado di fare per... per cosa? Per tornare ad avere davanti il ragazzino sconsolato di un tempo?
Quindi Drest continua a fare ciò che sa fare anche fin troppo bene: fingere di non interessarsi, fingere di non sapere cosa non va.
Arriva un punto, però, in cui la voce si fa troppo insistente per non cedere.
“Perché? Perché sei sempre così felice?”
Niv lo guarda come se aspettasse quella domanda da anni (e forse è davvero così. Per quanto ne sa Drest è davvero così. Potrebbe essere incappato in quello in cui finiscono tanti altri: potrebbe aver sottovalutato la sua intelligenza).
Niv lo guarda come se stesse aspettando quella domanda da anni e avesse avuto tutto il tempo del mondo per prepararsi la risposta giusta.
“Perché non dovrei esserlo?”
“Perché hai mille motivi per non esserlo. Perché non è... non si può essere sempre felici.”
“Magari non posso essere sempre felice ma posso sembrarlo. Posso fare il possibile perché chi sta intorno a me sia felice,” Niv alza una mano per interromperlo, quando Drest fa per protestare. “Perché, a prescindere da tutto, non essere felice vorrebbe dire che ha vinto lui. Ho avuto te, ho avuto molto più di quello che pensavo di poter avere. Perché non dovrei essere felice?”
“Sai che puoi parlare con me. Sai che-”
“Ma io non voglio parlare. Non voglio più parlare di quello che è successo, non voglio più pensare a quello che è successo. Quello che è successo deve rimanere nel passato, deve avere la stessa importanza che lui ha dato a me. Nessuna.”
Drest vorrebbe ribadire quanto questo sia probabilmente poco salutare, vorrebbe ripetere quanto non sia giusto e quanto sia meglio parlare delle cose e tirare fuori quello che si ha dentro.
(E con quanta ipocrisia saresti in grado di dirgli queste cose? Domanda la voce nella sua testa, la voce che suona così tanto come quella di Aine da costringerlo a chiudere gli occhi per un istante.)
E d’altra parte, chi è Drest per dire queste cose?
“Non sei arrabbiato perché ho deciso di partire da solo, vero?”
“No che non sono arrabbiato. Sapevo che non saresti rimasto per sempre qui a fare la muffa insieme a me.”
“Adesso si dice così? Eri in giro ad uccidere basilischi fino a due giorni fa, non dirlo come se fossi un vecchio!”
“So perfettamente quanti anni ho, ragazzino, non c’è bisogno di cercare di convincermi di qualcosa che so perfettamente essere falso.”
“Sai perfettamente quanti anni hai ma continui a chiamarmi ragazzino.”
“Perché rispetto alla mia età sarai sempre un ragazzino.”
“Non cambiare discorso.”
“Non sto cambiando discorso.”
“Sei sicuro che starai bene qui? Non voglio andarmene con l’angoscia che possa succedere qualcosa, piuttosto-”
“Stai andando a ritrovare un lama scomparso, ragazzino, quanto potrai stare via? E, a costo di ripetermi, sono sopravvissuto per parecchio senza di te. Sopravviverò anche per questi giorni.”
“Se lo dici tu. Ma sai, con l’età le cose cambian-”
“Dammi del vecchio un’altra volta e non ci sarà bisogno di preoccuparsi per me.”
“Ma tu-”
“A me è permesso, a te no. Ne riparliamo tra una trentina d’anni.”
Forse farlo vivere nel bel mezzo del nulla non è stata la migliore delle idee - o almeno questo è quello che Drest si ritrova a pensare quando vede uno dei ragazzi del villaggio che hanno appena liberato da una manticora invitare Niv a ballare.
Perché Niv arrossisce, balbetta qualcosa e chiaramente non è in grado di rispondere e Drest finisce per pensare che vivere in mezzo al nulla con la sola compagnia di un nano scorbutico non è probabilmente il massimo per le capacità sociali e relazionali di una persona. O di un mezz’orco.
Non aiuta, in tutto questo, il fatto che Niv sia un disastro.
(Il disastro migliore della vita di Drest, certo, ma pur sempre un disastro.)
“Perché non sei andato a ballare con quel ragazzo?” tira fuori Drest con un sospiro, mettendosi a sedere accanto al ragazzino. Niv ha la faccia affondata tra le mani e non sembra avere nessuna intenzione di cambiare le cose. Non risponde nemmeno, se Drest lo conosce bene troppo imbarazzato per riuscire a mettere più di due parole di fila. E Drest lo conosce decisamente troppo bene.
“Ti rifarai con il prossimo bel ragazzo,” esclama Drest un po’ più forte di quanto non dovrebbe, rifilandogli una pacca sul braccio.
“Papà!” ribatte Niv, chiaramente imbarazzato, spingendolo via con una mano.
E per quanto quello dovrebbe essere un rimprovero è tutt’ora la cosa migliore che Drest si sia mai sentito dire.